Interviews

I PRESENTIMENTI SONO RICORDI

By April 29, 2019 No Comments

Dal libro Presentimenti, Qanat, 2019

 

BEATRICE AGNELLO: Quasi tutti i tuoi quadri mi sembrano pieni di presentimenti. C’è un affondo nella memoria e la sua trasformazione in immaginazione, in visione, in presentimento, appunto. C’è chi ha visto nella tua opera un’ossessione del tempo. Ce ne parli?

MANFREDI BENINATI: Una storica dell’arte qualche anno fa ha scritto che nei miei lavori (non solo in quelli pittorici) si ritrova l’ossessione che molti pittori del rinascimento italiano avevano nei confronti del tempo, ma con un approccio diverso. Quelli, infatti, nello scegliere i colori tenevano in conto come gli agenti atmosferici li avrebbero mutati nel tempo, mentre io anticipo il fenomeno dell’invecchiamento attraverso un lavoro di stratificazioni che dà ai colori un aspetto ossidato rendendoli spesso illeggibili.
Ho sempre considerato il “tempo” non come una dimensione di movimento ma piuttosto come un punto che contiene “il tutto”, cioè il “multiverso” in cui coesistono un’infinità di universi. Conseguentemente quella che ciascuno di noi crede di vivere altro non è che una delle innumerevoli vite che “scorrono” parallelamente. Nei miei lavori questa concezione si manifesta attraverso la raffigurazione di più mondi sovrapposti che convivono in un ordine formale. Nella vita quotidiana, invece, si manifesta attraverso i sogni che ritengo siano semplici accavallamenti di frequenze, come le interferenze radiofoniche. Da quest’ottica i presentimenti sono ricordi di situazioni vissute.

 

BEATRICE AGNELLO: Sì, presentimento e ricordo vanno assieme, complici nell’inattualità. Ma mi sembra che il mondo oggi tenda ad appiattirsi sul presente e su una qualche monodimensionalità, ben lontana dalla tua visione. Per dirla con due espressioni spesso usate a proposito delle possibilità dell’arte, ti senti più vicino a chi pensa che la bellezza può salvare il mondo o a chi pensa che l’artista possa solo starsene in una torre d’avorio?

MANFREDI BENINATI: Quella della torre d’avorio è condizione essenziale per un artista, è l’isolamento del suo studio. L’arte ha il compito di ricordarci che non siamo ciò di cui ci siamo circondati e che in origine eravamo migliori. Credo fortemente nell’idea del buon selvaggio ma non nella visione illuministica che è mondana, antropologica, bensì in quella arcaica, animista. In quest’ottica l’arte è l’unica possibilità di riscatto dal materialismo che ci allontana dalla nostra natura.

 

BEATRICE AGNELLO: Tu non ami spiegare i tuoi quadri e io sono d’accordo con te: un artista parla con le sue opere, non con glosse e commenti. Ma una domanda te la voglio fare: molto spesso nei tuoi lavori c’è da qualche parte un uccello. Anche in questo io ci vedo come un senso di presentimento che aleggia. Forse sono condizionata da quell’autoritratto di Magritte che si chiama Clairvoyance, dove l’artista ha per modello un uovo e dipinge il suo futuro, un uccello appunto. Ma è di te che dobbiamo parlare, come mai tanti esseri alati nei tuoi quadri?

MANFREDI BENINATI: Non me lo sono mai chiesto. Evidentemente mi piace ritrarli.

 

BEATRICE AGNELLO: Facciamo un accenno anche alla tua natura di uccello migratore e ai tuoi legami con la memoria dell’origine siciliana e con la proiezione in un altrove. Voli da una parte all’altra del mondo, stai un po’ a Palermo e un po’ a Los Angeles. Quali nutrimenti trovi qui e quali lì? Parlo di te come persona, ma soprattutto della tua opera.

MANFREDI BENINATI: In realtà ovunque io vada mi trovo sempre nello stesso luogo, che forse è Palermo. Come Venezia per il Marco Polo di Italo Calvino. È solo un cambio di prospettiva sullo stesso oggetto.